Il caso concreto: l’avviso di accertamento su contratto di consulenza marketing

Annullato avviso di accertamento che escludeva la deducibilità del costo legato ad un contratto di consulenza.

E’ illegittimo l’avviso di accertamento che esclude la deducibilità del costo della consulenza contestando il corrispettivo pattuito e l’operato del consulente: il Fisco non può sindacare le scelte economiche dell’imprenditore.

È quanto affermato dalla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Vicenza che ha recentemente accolto il ricorso di una società assistita dal nostro studio SM Legal.

La posizione dell’Agenzia delle Entrate e la contestazione del corrispettivo

Il caso era il seguente: una società si è vista notificare un avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva accertato un maggior reddito di impresa ed un maggior valore della produzione netta, intimando il pagamento delle maggiori imposte Ires e Irap, nonché delle sanzioni per infedele dichiarazione.

L’avviso di accertamento si fondava sulla presunta non deducibilità dei costi relativi ad un contratto di consulenza e quindi sull’asserita violazione dell’art. 109, c 5, TUIR, nonostante la società ricorrente avesse dimostrato l’assoluta certezza, determinatezza e congruità dei costi dedotti, documentando anche le prestazioni svolte dal consulente in forza del contratto di marketing oggetto di contestazione.

L’avviso di accertamento si è rivelato illegittimo in quanto l’Agenzia delle Entrate contestava l’ammontare del corrispettivo pagato al consulente e la stessa attività svolta da quest’ultimo, così sindacando le scelte aziendali dell’imprenditore, e quindi esprimendo un giudizio di inerenza quantitativa, e non qualitativa, del costo dedotto dall’impresa.

Il richiamo alla giurisprudenza: quando il Fisco può escludere la deducibilità del costo della consulenza

La Corte di Giustizia Tributaria di Vicenza ha dichiarato la illegittimità dell’avviso di accertamento, ripercorrendo l’indirizzo maggioritario in tema di inerenza dei costi all’attività di impresa secondo cui l’inerenza deve essere valutata “secondo un giudizio di carattere qualitativo e non quantitativo, correlato all’attività di impresa.

La conseguenza è che, in tema di IVA, la detrazione non possa essere esclusa solo in virtù di un mero giudizio fondato sulla congruità del costo, salvo che l’amministrazione finanziaria dimostri la macroscopica antieconomicità dell’operazione, la quale costituisce elemento sintomatico dell’assenza di correlazione dell’operazione IVA con lo svolgimento dell’attività imprenditoriale” (Cass. 19341/2020).

Cosa si intende per inerenza ai fini fiscali

Per meglio comprendere il concetto di inerenza “qualitativa”, facciamo un passo indietro: cosa si intende per inerenza? L’inerenza, in ambito fiscale, non è altro che la riferibilità dei costi sostenuti dall’imprenditore all’attività d’impresa.

L’inerenza può anche essere

  • indiretta,
  • potenziale o
  • in proiezione futura

escludendo i costi che si collocano in una sfera estranea all’attività di impresa.

Per esempio un’impresa che opera nel settore di compravendita immobiliare, potrebbe avere interesse ad estendere la propria attività alla progettazione architettonica e arredamento di interni e pertanto avvalersi di una consulenza strategica specializzata che è inerente all’attività attuale o potenziale.

In tal caso il costo della consulenza è deducibile perché inerente.

La definizione giurisprudenziale di inerenza

Secondo la giurisprudenza, l’inerenza “va definita come una relazione tra due concetti (la spesa, o il costo, e l’impresa), sicché il costo o la spesa assume rilevanza ai fini della qualificazione della base imponibile non tanto per la sua esplicita e diretta connessione ad una precisa componente di reddito, bensì in virtù di una sua correlazione con una attività potenzialmente idonea a produrre utili” (Cass. 30030/2018).

Il vaglio del giudice su adempimento del consulente e documentazione contrattuale

Nel caso in esame, l’Agenzia delle Entrate aveva contestato sia la rispondenza delle prestazioni rese dal consulente a quelle previste in contratto, sia la congruità dei costi.

Quanto al primo profilo, secondo i Giudici di Vicenza non vi erano però elementi che consentissero di ritenere che il consulente non avesse adempiuto all’incarico ricevuto, “non potendosi essi desumere né dalle modalità di rendicontazione, che rientrano nell’esclusivo apprezzamento del committente ed afferiscono ai rapporti interni fra le parti, né della genericità delle fatture, le quali sono sorrette a monte da un contratto che esplicita le mansioni dovute, e non richiedono perciò alcuna specificazione, in quanto ciascuna di esse non rappresenta altro che una frazione mensile del costo annuo predeterminato e dell’attività prevista”.

Pertanto, “il giudizio di inerenza che spetta all’Amministrazione non può spingersi al punto da richiedere la prova dell’esatto adempimento da parte del consulente (quale lavoratore autonomo), in assenza di elementi che inducano a ritenere la natura simulata del contratto a monte, al quale le singole fatture si ricollegano”.

Antieconomicità manifesta e limiti al giudizio di congruità del costo

Quanto alla congruità, non si ravvisano elementi di manifesta antieconomicità, specie in presenza di una prestazione, che in quanto di carattere intellettuale, non è puntualmente misurabile in modo oggettivo.

In sintesi: i criteri operativi per valutare l’inerenza di un costo deducibile per l’impresa

Secondo la nostra tesi difensiva, fondata sul prevalente orientamento giurisprudenziale in materia, l’Agenzia delle Entrate non può sindacare l’attività svolta dal consulente scelto dall’imprenditore né il corrispettivo contrattualmente pattuito, ma deve limitarsi a verificare che i costi della consulenza siano certi nella loro esistenza, siano inerenti all’attività produttiva di reddito imponibile, e siano oggettivamente determinabili.

Secondo il più recente e consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinale, “il principio di inerenza è principio generale inespresso, immanente alla nozione di reddito d’impresa, e la valutazione dell’inerenza di un costo all’attività d’impresa impone un giudizio di tipo qualitativo, che non necessariamente implica anche un giudizio quantitativo, e cioè di apprezzamento del costo in termini di congruità o antieconomicità, che non sono espressione dell’inerenza ma costituiscono meri indici sintomatici dell’inesistenza di tale requisito, ossia dell’esclusione del costo dall’ambito dell’attività d’impresa” (Cass. ord. n. 3170 del 09.02.2018).

Considerazioni conclusive

Ovviamente ricade sull’imprenditore l’onere di dimostrare la sussistenza e la certezza del costo deducibile, della sua congruità ed inerenza all’attività d’impresa.

Il Fisco, a fronte delle prove offerte dal contribuente, può solo sindacare l’inerenza qualitativa del costo rispetto all’attività di impresa.

Soltanto in caso di eccessiva sproporzione tra costo e attività di impresa, l’Ufficio può contestare l’incongruenza e validamente presumere l’estraneità del costo all’attività di impresa o l’esistenza di condotte elusive.